Il vero problema è che vedo tutto come estremamente velleitario, e la verità non è altro che il rovescio della medaglia che prendiamo per vero, per induzione, confrontando l'ignota novità con i rassicuranti precedenti.
In sostanza, quello che riteniamo vero è quello che riteniamo accettabile, coerente con quello che sappiamo già essere vero. O che, per meglio dire, abbiamo deciso che era vero quando, a sua volta, l'abbiamo ritenuto coerente con quello che sapevamo già essere vero. E via dicendo.
Quindi c'è una sorta di causa prima, di prima verità che confrontiamo per aggiungerne altre.
Ma se quello che sappiamo già, questa verità prima, non fosse coerente? Riusciremmo mai a capirlo davvero? Forse l'abbiamo presa per vera così dogmaticamente solo per fiducia? E quindi dovremmo continuare a prendere per assunto che sia vero o falso? Oppure ha senso cercare risposte? E se non ci fossero?
La foga televisiva dei reality sembra essere diventata una sorta di boomerang contro quei personaggi che questa TV l'hanno creata e fomentata.
O forse, più semplicemente, sanno bene che un puttaniere espiatorio val bene un governo sottobanco.
Che prosegue imperterrito anziché sfasciarsi a dovere.
Che finale imbarazzante.
Sentimentalmente colorito, il digamma si presta facilmente ad incomprensioni. In primo luogo, ovviamente, per la sua tendenza inevitabile all'ambiguità glifica, essendo per natura un suono per così dire etereo, tanto da essere rappresentato da numerosi grafemi.
In secondo luogo per via delle suo fonema a cavallo tra /u/ e /v/, che tanto scompiglio provocano nelle sue variegate evoluzioni successive.
In altre parole, il digamma è una lingua biforcuta, e come tale ha inevitabilmente bisogno di fare due pesi e due misure in base alle situazioni in cui è calato, e agli elementi con cui si relaziona.
Ma una spalla,
un sorriso felice,
[veramente felice,]
sono una droga più forte.
Cerco biglie,
interferenze di rumore rosa,
per rompere il tono,
per alterare lo spazio tempo.
Per sentirmi vivo.
Dedicato alle mie chiavi di ricerca preferite.
Concludere la propria esistenza con gli stessi strumenti che l'hanno caratterizzata.
Principio semplice ed efficace.
Gianni ha trascorso una vita sostanzialmente improntata sul concetto di dedizione. Dedizione allo studio e all'ubbidienza. Poi dedizione alla droga e alla contestazione. Infine dedizione alla responsabilità, all'amore ed al lavoro.
Qualsiasi divergenza rispetto a questi paletti ben definiti era temporanea, pena un'ascetico processo di auto-colpevolizzazione e conseguente riallineamento.
Ora vede tutto questo come perfettamente inutile.
Vaga in un puzzle dove gli eventi scollano via il pezzo significativo, e il tempo cancella i pezzi restanti. Quelli intorno. Quelli che fanno contesto. Quelli che, diosanto, almeno si potrebbe indovinare cos'è che manca.
La sottoposta che si convinse a prendere in moglie è andata via già tempo fa, e la sua nuova famiglia pullula di figli grati (in media) della propria esistenza.
La sua famiglia, sparsa nelle quattro dimensioni dello spaziotempo, non saprebbe rispondere se gli si chiedesse che fine possa aver fatto quell'asociale fatalmente rispondente alla categoria di parente.
Il lavoro gli ha logorato il fegato e il cervello. Le ore non-lavorative erano solo utili a riparare agli scompensi delle ore lavorative. Stress, frustrazioni e imprevisti si scioglievano dosi consistenti di sigarette, alcol ed altre droghe leggere, nonché in neanche tanto frequenti masturbazioni e neanche tanto rare situazioni di sesso occasionale (talvolta addirittura di carattere orgiastico), in cui spiccava una cospicua dose di violenza e un pizzico di sadismo compulsivo.
Cosa resta?
Resta l'idea, fottutamente irritante, che la sua vita sia stata un perenne casino, senza capo né coda, e che non sia riuscito a fare in tempo a porre rimedio.
O forse no.
A Gianni hanno dato trenta giorni di vita.
Ne abbiamo parlato tutta la notte, e alla fine abbiamo deciso che programmeremo le giornate in questo modo.
Ovviamente in location di volta in volta differenti. Allo scopo ho prenotato una serie di posti che sarebbe carino vedere, per esempio Parigi, Amsterdam, Grumo Appula, la famosa Timbucktu, Vientiane, Bandar Seri Begawan, Velingrad e Cagli.
Poi non so se partiremo insieme. Ma non si può mai dire.
Tipo Metro Olografix.
Ma sono passati anni, lustri e decenni,
il tempo è scivolato fra le mani come sabbia al vento
e io provavo a stringere forte le mani
e facevano sempre più male.
Ho un debito con te
che salderò a tempo debito.
Forse oggi piove.
Sento l'odore delle nuvole.
Mi affaccio alla finestra e c'è il sole.
Ti odio.
Perché un tempo avresti odiato tutto questo come me.
E ora invece sei solo un odioso riflesso di un odio di riflesso.
E va bene, andiamo via. Non dimenticare una sola lacrima, né un pensiero, né una rotaia. Non lasciar nulla perché questa città non merita nessun souvenir. Prendi tutto e corriamo, perché il tempo ci inghiotte. Prendi tutto e corriamo, perché il tempo ci inghiotta.
Prima o poi ci dimenticheremo chi siamo e dove eravamo,
vestiremo abiti nuovi e maschere irriconoscibili.
Saremo stranieri in terra straniera.
Ci sputeranno addosso,
ci guarderanno con sospetto,
vorranno farci andar via.
E noi andremo via.
Saremo stranieri in terra natìa.
Ci cammineranno addosso,
ci guarderanno con livore,
vorranno tenerci prigionieri.
E alla fine ci stancheremo di correre in tondo nella ruota dei ricorsi, e accorceremo il passo, prima di fermarci. Ma saremo così fottutamente ottimisti, o presuntuosi, da pensare che, in fondo, saremo ancora dei vasi di Pandora.